Cosa c'è veramente dietro la guerra dei dazi

Le merci erano già sottoposte a tariffe del 10% dal 24 settembre scorso, ma Cina e Stati Uniti avevano concordato una tregua sul loro innalzamento al 25% in un vertice a Buenos Aires nel dicembre scorso.

Dopo 5 mesi e 11 round negoziali, i memorandum d’intesa in bozza erano 6:

  • Agricoltura
  • Barriere non tariffarie
  • Proprietà intellettuale
  • Servizi finanziari
  • Trasferimento di tecnologie
  • Stabilizzazione valutaria

L’offerta cinese

I cinesi hanno offerto di acquistare 1.200 miliardi di dollari di prodotti made in Usa nei prossimi 6 anni, ma sono irremovibili sul punto dei cambiamenti strutturali, che tradotto significa rinunciare agli aiuti di stato per le aziende pubbliche, uno dei capisaldi alla base del piano quinquennale 2025.

Nell’energia la Cina è pronta ad acquistare 18 miliardi di gas naturale liquefatto americano.

Nell’agricoltura 30 miliardi di ulteriori acquisti di soia, riso, mais e grano. Pechino inoltre è pronta a cancellare il divieto all’export per la carne di pollo americana, che è ancora in piedi dal 2015 dopo l’influenza aviaria.

Al centro dello scontro

Oltre agli aiuti pubblici, c’è la tutela della proprietà intellettuale. Su questo tema il Congresso Usa il 6 maggio ha pubblicato un report in cui viene evidenziato come la Cina in questi anni abbia fallito nella protezione dei diritti di proprietà intellettuale e nella protezione degli investitori americani, e questo è un punto chiave.

Il governo cinese, secondo il report ha permesso e favorito il trasferimento forzoso delle tecnologie e il cyber spionaggio in questi anni. Il caso Huawei è solo la punta di diamante di questa vicenda. Reparti dell'esercito cinese, come quello russo, ma anche la Nasa americana, sono ormai dedicati a questo tipo di attività. La Cina ha sempre rispedito al mittente le accuse “non ragionevoli e non basate sui fatti” – ha detto ancora il portavoce del ministero del Commercio. “Il governo cinese incoraggia e rispetta le aziende cinesi e quelle straniere a effettuare scambi tecnici e cooperazione in conformità con i principi di mercato, e non ha mai chiesto trasferimenti tecnologici forzati”.

Ma a Washington la percezione è diversa: per timore di spionaggio gli Usa hanno negato a China Mobile l'accesso al mercato americano. Decisione presa all'unanimità. Gli americani sono convinti che questa azienda, controllata dal governo, rappresenti un rischio per la sicurezza nazionale. “Il governo cinese - ha spiegato il presidente dell’agenzia federale americana, - potrebbe usare China Mobile per trarre vantaggio della nostra rete telefonica per raccogliere intelligence contro le agenzie del governo americano e altri target. China Mobile aveva presentato la domanda per entrare nel mercato americano nel 2011 per i servizi di interconnessione tra paesi. Il via libera le avrebbe dato accesso alle linee telefoniche fisse, a quelle della telefonia mobili e alle comunicazioni satellitari americane.

Di fronte alla decisione americana Pechino ha ovviamente espresso "profondo rammarico" per questa ulteriore escalation e annunciato che prenderà le "necessarie contromisure".

Uno spiraglio

È in questo clima di nuovo teso, dopo mesi di tregua che avevano fatto tirare il fiato alle Borse e al resto del mondo, che i due negoziatori stanno terminando le trattative A differenza delle precedenti ondate tariffarie, però, questa volta l'affondo degli Stati Uniti prevede una sorta di "moratoria" tecnica. I nuovi dazi non si applicano alle merci che hanno lasciato aeroporti e soprattutto porti americani prima della mezzanotte e questo crea un cuscinetto di un paio di settimane, il tempo necessario al trasporto via mare verso la Cina e le sue dogane, in cui di fatto c'è tempo per cancellare l'incremento. Un piccolo appiglio per tenere aperta la trattativa.

Ora il miglior risultato possibile, a sentire gli esperti, è che il filo del dialogo non si interrompa. La decisione cinese di confermare la missione nonostante il nuovo pacchetto di dazi è un segno che Pechino vuole l'accordo, nel timore che una nuova escalation danneggi la sua economia.

Ma la Cina non sta a guardare…

Già nelle prossime ore la Cina potrebbe dettagliare la sua rappresaglia tariffaria. Quando Trump impose il primo pacchetto di dazi al 10%, Pechino rispose con tariffe tra il 5 e il 25% su 60 miliardi di prodotti importati dagli Stati Uniti. Il suo margine di manovra però è più ristretto, visto che inferiore è la quota di export americano verso il Dragone. Così non è escluso che il governo reagisca innalzando una serie di barriere non tariffarie, per esempio rallentando per via burocratica i controlli doganali, oppure bloccando gli acquisti di merce americana, soprattutto soia. Erano ripresi negli ultimi mesi di distensione, come un segno di buona volontà verso gli Stati Uniti.

E infatti nelle ultime ore Trump, dopo aver attaccato l’8 maggio con un tweet la Cina, accusata dagli Stati Uniti di essersi tirata indietro rispetto ad impegni già presi per giungere a un accordo commerciale, ha lanciato un secondo tweet sul tema della trade war dai toni più morbidi, nel quale scrive: «La Cina ci ha appena informato che il loro vice premier sta venendo negli Stati Uniti per fare un accordo. Vedremo, ma sono molto contento intanto che oltre 100 miliardi all'annodi tariffe riempiono le casse degli Stati Uniti».

Infine ieri Trump ha detto di aver ricevuto una "bella" lettera da Xi Jinping e, pur rinnovando l'accusa verso Pechino di aver "ritrattato" i suoi impegni, sembra aver riaperto uno spiraglio ad un possibile accordo entro la prossima settimana, cogliendo di sorpresa sia la diplomazia internazionale che l’intera comunità finanziaria americana e mondiale.

Ma cosa ha spinto il Presidente Trump ad abbassare radicalmente i toni dello scontro con la Cina in poco più di 48 ore?

Secondo gli analisti, prima dell’apertura fatta a sorpresa ieri da parte del Presidente USA, la Casa Bianca aveva seguito quasi con “terrore” l’esito disastroso di ben due aste consecutive di Titoli di Stato: quella del 7 maggio (il giorno dopo l’annuncio di nuovi dazi da parte di Trump) quando il Tesoro ha chiuso con un fiasco il collocamento di 38 miliardi di titoli a 3 anni, e quella dell’8 maggio su 27 miliardi di dollari di bond decennali.

Secondo gli operatori, entrambe le aste hanno segnato la peggiore performance dei T-bond americani degli ultimi anni, ma soprattutto un crollo verticale degli acquisti sul mercato indiretto, dove il Governo cinese è da sempre il più grande acquirente di bond sovrani americani. In entrambe le aste, infatti, dal mercato era sparita non solo la Cina, ma anche tutte le autorità finanziarie dei paesi su cui la Cina esercita tradizionalmente un dominio politico.

Se Pechino voleva inviare un messaggio di avviso agli Stati Uniti sulle conseguenze finanziarie di una guerra commerciale a colpi di dazi, sembra aver centrato il suo obiettivo.

Le borse

Secondo diversi analisti la notizia dell’aumento dei dazi da parte degli Stati Uniti era scontata e questo spiega il segno positivo dei mercati dopo una settimana difficile. Tuttavia, l'umore ottimista di oggi potrebbe essere di breve durata: anche se la maggior parte dei trader crede ancora che gli Stati Uniti e la Cina raggiungeranno un accordo prima o poi, molti temono che l'aumento dei dazi possa portare a una crescita più lenta.


Giuseppe Gentili - Personal Advisor

Dott. Giuseppe Gentili

Giuseppe Gentili è un Personal Advisor. Ha ottenuto la certificazione EFPA nel 2012 e dal 1999 è iscritto all'Albo Unico dei Consulenti Finanziari

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