Quando l’Africa entra nel radar degli investitori
C’è un continente che per molti anni è rimasto ai margini dei radar degli investitori occidentali e che, quasi senza fare troppo rumore, sta conquistando una posizione sempre più interessante nei mercati finanziari: l’Africa.
Il segnale arriva anche dalla Borsa di Johannesburg, la JSE – Johannesburg Stock Exchange, attraverso il FTSE/JSE All Africa 40, indice che raccoglie le 40 maggiori società quotate sui mercati africani considerati idonei, che proprio nelle ultime settimane ha aggiornato i propri livelli record: le quotazioni disponibili a fine agosto 2026 indicano un massimo intorno a 104,36 punti, con l’indice che si mantiene in prossimità dei massimi storici.
Insomma, mentre noi europei continuiamo a parlare quasi esclusivamente di Wall Street, Nasdaq, intelligenza artificiale e Borsa di Milano, dall’altra parte del Mediterraneo qualcuno sta facendo i conti con una realtà economica che potrebbe diventare molto importante nei prossimi decenni.
Ma che cosa c’è veramente dietro questo indice?
Non è semplicemente un indice di “Paesi poveri”. Il primo equivoco da eliminare è proprio questo, perché il FTSE/JSE All Africa 40 non è costruito mettendo insieme indiscriminatamente tutte le aziende africane ma è un paniere selezionato sulla base della capitalizzazione, della liquidità e della possibilità concreta di essere acquistato e negoziato dagli investitori.
L’indice comprende 40 società e nessun singolo Paese può rappresentare più del 40% del sui peso.
Ad esempio, il Sudafrica può arrivare a un massimo di 10 società, mentre gli altri Paesi possono contribuire con un massimo di 7 società e la fotografia disponibile al 31 marzo 2026 mostra una caratteristica molto interessante: il paniere è certamente africano, ma non è affatto concentrato esclusivamente sulle materie prime.
Il paese più importante è il Sudafrica, con circa il 38,8% del FTSE/JSE All Africa 40, segue il Marocco, con circa il 25,9%, mentre l’Egitto pesa per il 15,4%, poi Kenya 10,0%, Costa d’Avorio 3,0%, Tanzania 2,6%, Tunisia 2,1%, Ghana e Senegal.
Il dato più curioso è forse proprio il peso del Marocco: quasi un quarto dell’indice. Questo ci ricorda che quando parliamo di Africa finanziaria non dobbiamo pensare esclusivamente al Sudafrica o ai grandi Paesi dell’Africa subsahariana.
Quali sono le società più importanti?
Qui arriva una seconda sorpresa. La maggiore società dell’indice, secondo la fotografia FTSE Russell, è Commercial International Bank – CIB, la principale banca privata egiziana, con un peso vicino al 10%. Al secondo posto troviamo Attijariwafa Bank, grande gruppo bancario marocchino, con circa l’8,3% e poi Gold Fields, società mineraria sudafricana specializzata nell’oro, con il 7,6%. Quarta è Naspers, uno dei grandi gruppi tecnologici e di investimento sudafricani, con circa il 7,3% e a seguire AngloGold Ashanti, altro importante operatore dell’oro, con il 6,3%. Completano i primi dieci FirstRand, Capitec Bank, la marocchina Maroc Telecom, Marsa Maroc, attiva nelle infrastrutture portuali, e la kenyota Safaricom, colosso delle telecomunicazioni.
Quindi, già osservando le prime dieci posizioni, emerge un’Africa decisamente diversa dallo stereotipo; ci sono banche, tecnologia, telecomunicazioni, infrastrutture, oro e servizi finanziari.
Ma la composizione settoriale è forse l'aspetto più interessante, in quanto il settore finanziario rappresenta circa il 41% dell’indice. Seguono Telecomunicazioni, Materie prime, Beni di Consumo, Tecnologia, Industriali e Immobiliare...in altre parole, l’Africa quotata non è soltanto miniere e petrolio, ma è soprattutto banche e servizi finanziari per cui questa fotografia forse dice qualcosa anche sulla trasformazione economica in atto nel continente.
L’Africa che non vediamo
Perché allora l’Africa continua a essere relativamente poco presente nei portafogli degli investitori europei?
La risposta non è una sola. C'è innanzitutto una questione di rischio percepito: instabilità politica, debito pubblico, valute locali, inflazione, sistemi finanziari meno sviluppati, liquidità ridotta dei mercati azionari e, in alcuni Paesi, problemi di governance. Tutti elementi reali e che non devono essere sottovalutati. Ma c'è anche un altro problema: l'Africa viene spesso considerata un continente, mentre in realtà è un insieme di economie estremamente diverse tra loro.
Il Sudafrica non è il Kenya. Il Marocco non è la Nigeria. L'Egitto non è la Costa d'Avorio e mettere tutto nello stesso calderone sarebbe come considerare Germania, Italia, Polonia e Grecia semplicemente come “Europa” e pensare che abbiano lo stesso livello di sviluppo economico, struttura produttiva e rischio finanziario.
Poi c’è una questione quasi “filosofica”: forse l’Africa è stata per troppo tempo considerata dagli investitori più come una fonte di materie prime che come un mercato nel quale investire, e questa è una distinzione importante.
Per decenni il rapporto è stato abbastanza semplice: l'Africa possiede risorse naturali, il resto del mondo le acquista, ma oggi qualcosa sta cambiando.
Questo continente fornisce i materiali di base fondamentali per alcune delle tecnologie che guideranno l'economia dei prossimi decenni; secondo l'International Energy Agency, il 75% del manganese mondiale, il 70% del cobalto e quasi il 20% del rame, e quote altrettanto consistenti di grafite e litio, "terre rare" sono sempre più importanti per batterie, reti elettriche, automobili elettriche, energie rinnovabili, elettronica, semiconduttori e tecnologie avanzate. L'IEA sottolinea inoltre che la concentrazione geografica della raffinazione dei minerali critici rimane elevatissima, creando un problema strategico per le economie mondiali.
Questo significa che l'Africa potrebbe non essere soltanto il luogo dal quale estrarre materie prime, ma territorio strategico nel quale si decide chi controllerà le catene produttive del futuro.
Il vero salto di qualità
Avere le materie prime non significa automaticamente diventare ricchi e produrre benessere per la popolazione, bisogna evitare facili entusiasmi.
Il vero salto di qualità avviene quando un Paese riesce a passare dall'estrazione alla lavorazione, raffinazione, trasformazione industriale e produzione di beni a maggior valore aggiunto, questa è la sfida, e recentemente il Fondo Monetario Internazionale ha proprio evidenziano la necessità di aumentare gli investimenti privati, migliorare produttività, governance, regolamentazione e apertura dei mercati.
Anche la Banca Mondiale sottolinea come la crescente attenzione verso i minerali critici rappresenti un'opportunità per attirare nuovi investimenti, sviluppare infrastrutture e aumentare la lavorazione locale delle risorse .Il potenziale, quindi, esiste, la certezza del risultato ancora no,
Ma le grandi società sono davvero “africane”?
Il confine è meno netto di quanto si possa pensare. Molte società sono quotate sui mercati africani, hanno attività e clienti prevalentemente africani e rappresentano quindi una vera esposizione economica al continente. Al tempo stesso, alcune sono diventate gruppi multinazionali con attività internazionali molto importanti.
Naspers, per esempio, è ormai un grande gruppo tecnologico e di investimento con una presenza internazionale enorme, nel settore minerario, Gold Fields e AngloGold Ashanti hanno attività che vanno ben oltre i confini del Sudafrica. E questo ci porta a una considerazione interessante: investire nell'Africa di oggi non significa necessariamente scommettere esclusivamente sull'Africa di oggi, ma investire in società africane che operano all'interno di un'economia globale.
Il fattore demografico
L'Africa è il continente con una delle popolazioni più giovani e con le maggiori prospettive di crescita demografica.
Più persone significano, potenzialmente, più consumatori, più abitazioni, più infrastrutture, maggiore domanda di energia, telecomunicazioni, servizi finanziari, trasporti e beni di consumo e queste combinazioni rendono interessante la prospettiva di lungo periodo.
Naturalmente, trasformare queste potenzialità in crescita economica richiederà investimenti, stabilità politica, istruzione, infrastrutture e soprattutto istituzioni efficienti. Non è poco. Ma forse è proprio questo il punto: il mercato non paga soltanto ciò che un Paese è oggi ma in parte anticipa ciò che potrebbe diventare domani, e questo spiega i massimi di questi giorni.
Mercato azionario africano: è ancora da comprare?
Il rischio è sempre quello: arrivare quando tutti sono già arrivati, e un indice che raggiunge i massimi storici non dovrebbe mai essere interpretato come un invito automatico all'acquisto.
Il FTSE/JSE All Africa 40 ha già mostrato una volatilità significativa e, secondo FTSE Russell, nell'ultimo anno disponibile a marzo 2026 aveva realizzato un rendimento totale in dollari del 30,5%, mentre sui cinque anni il rendimento cumulato era stato del 42,8%. Inoltre, il portafoglio è abbastanza concentrato: le prime dieci società rappresentavano circa il 60% dell'indice.
Non parliamo perciò del classico investimento da “metto tutto", piuttosto sarebbe consigliabile ragionare su questo comparto come un possibile elemento satellite di un portafoglio diversificato, destinato a chi accetta volatilità e soprattutto ha un orizzonte temporale più orientato al lungo periodo.
Se nei portafogli degli investitori troviamo continuamente Stati Uniti, Europa, Giappone, Cina e Mercati Emergenti Asiatici, forse vale la pena ricordarsi che esiste anche un continente che rappresenta una parte importante del futuro dell'economia mondiale e che, nei portafogli occidentali, è ancora relativamente poco considerato.
Per chi crede nelle prospettive di lungo periodo del continente, una piccola quota di risparmio destinata all'Africa, naturalmente compatibile con il proprio profilo di rischio, forse non sarebbe poi una cattiva idea. Anche perché, se nei prossimi decenni rame, cobalto, litio, grafite, manganese e terre rare diventeranno sempre più strategici, potrebbe essere curioso scoprire che una parte del futuro tecnologico del mondo si trova proprio là dove, per molto tempo, gli investitori hanno guardato molto poco.
Il presente articolo ha esclusivamente finalità divulgative e informative e non costituisce in alcun modo una sollecitazione all'investimento, né una raccomandazione ad acquistare o vendere strumenti finanziari.
Le informazioni riportate non tengono conto della situazione finanziaria, degli obiettivi e del profilo di rischio dei singoli investitori.
Gli investimenti nei mercati africani possono presentare elevati livelli di volatilità, rischio valutario, rischio politico e rischio di liquidità.
