La trentesima Conferenza delle Parti (COP 30) della Convenzione Quadro delle Nazioni Unite sui Cambiamenti Climatici, tenutasi a Belém, Brasile, nel cuore dell'Amazzonia, si è conclusa in un clima di luci e ombre.
Infatti, nonostante la forte spinta emotiva e simbolica data dalla location, il risultato è stato, come spesso accade, agrodolce.
La COP: che cosa è?
COP: L'acronimo sta per "Conferenza of the Parts" dove "Parti" si riferisce ai Paesi che hanno firmato e ratificato la Convenzione Quadro delle Nazioni Unite sui Cambiamenti Climatici nel 1992. Ad oggi parliamo di circa 200 nazioni.
La prima conferenza si tenne nel 1995, quindi la COP “30” del 2025 è stato il trentesimo evento, fra l’altro considerata un momento decisivo perché organizzata esattamente dopo dieci anni dall'adozione dello storico Accordo di Parigi del 2025, il trattato internazionale volto a limitare il riscaldamento globale.
Cosa è successo a Belem? Un solo vincitore: la finanza climatica
L'assenza di un impegno esplicito e vincolante per l'abbandono progressivo dei combustibili fossili ("phase out") nel testo finale ha rappresentato una chiara delusione per molti, in particolare per l'Unione Europea e gli Stati insulari più vulnerabili.
Tuttavia l'incontro ha riaffermato l'impegno per il multilateralismo e ha posto l'enfasi su temi cruciali come l'adattamento e la finanza climatica. È proprio su quest'ultimo punto che si concentrano le maggiori aspettative e, al contempo, le sfide più complesse per il prossimo decennio.
La transizione ecologica, infatti, richiede un flusso massiccio e rapido di capitali che i bilanci pubblici da soli non possono garantire. La COP 30 di Belém ha messo ancora una volta in luce la necessità urgente di mobilitare la finanza globale per affrontare il cambiamento climatico, rendendo il settore finanziario un punto focale per l'analisi.
Ad esempio un risultato positivo è stata la creazione del Tropical Forest Forever Facility (TFFF), un procedimento finanziario che mira a sostenere i Paesi che preservano le loro foreste tropicali, in un tentativo di monetizzare il capitale naturale.
È stato inoltre istituito un meccanismo per la Giusta Transizione, volto a garantire che i lavoratori e le comunità dipendenti dall'industria fossile non vengano lasciati indietro, richiedendo investimenti in nuove competenze e settori.
Quindi ancora di più è emerso un concetto chiave: il cambiamento climatico non è più solo una questione ambientale, bensì un fattore di rischio sistemico per l'economia e la stabilità finanziaria globale. Le istituzioni finanziarie – banche centrali, autorità di vigilanza, gestori patrimoniali – lo riconoscono sempre più chiaramente, e devono a tutti i costi integrare i cosiddetti rischi climatici nelle loro valutazioni.
I due volti del Rischio Climatico ed i risvolti economici. Cosa dice la BCE
La Banca Centrale Europea (BCE) e il Comitato europeo per il rischio sistemico (ESRB) classificano i rischi legati al clima in due categorie principali, "fisici" e di "transizione", che incidono direttamente sui portafogli di investimento e sui bilanci aziendali.
I primi derivano direttamente dagli eventi meteorologici estremi (inondazioni, siccità, ondate di calore) o dai
cambiamenti graduali (innalzamento del livello del mare, desertificazione). Risultato: danni alle infrastrutture e agli asset aziendali, interruzioni delle catene di approvvigionamento, aumento dei costi assicurativi. Esempio: un'alluvione che distrugge un impianto produttivo aumenta l'insolvenza dei prestiti alle imprese colpite.
I Rischi di transizione invece sono i rischi associati al passaggio verso un'economia a basse emissioni di carbonio. Ne fanno parte ad esempio l' introduzione di tasse sul carbonio, la richiesta di standard di efficienza più severi, l'obsolescenza di tecnologie carbon-intensive a favore di alternative green e i cambiamenti nelle preferenze dei consumatori e degli investitori, che penalizzano le aziende meno sostenibili. Esempio: un impianto a carbone che, a causa di nuove normative e del crollo dei costi delle rinnovabili, diventa un "asset incagliato", perde valore rapidamente. In termini numerici, si calcola che circa l'11% dei portafogli degli investitori europei possa esssere esposto a questi rischi di transizione.
L'Opportunità della Finanza Verde: la Mappa degli Investimenti Climatici
Il fenomeno del cambiamento climatico continuerà perciò ad aprire la porta a immense opportunità di investimento nel settore della finanza sostenibile, la "green finance".
Le banche e le istituzioni finanziarie che guidano il finanziamento de lla transizione energetica sono posizionate per raccogliere nuovi ricavi stimati in decine di miliardi di dollari e anche le Società che investono in sostenibilità (efficienza energetica, energie rinnovabili, mobilità elettrica) godono di un costo del capitale inferiore e di una maggiore velocità nell'aggiustamento della leva finanziaria, essendo percepite come meno rischiose da banche e investitori. Perciò la risposta del mercato finanziario si traduce in una crescente offerta di fondi a tema climatico e in una rivalutazione delle società quotate che operano nella transizione energetica e nell'adattamento.
I Fondi d'Investimento e gli ETF Sostenibili (Art. 8 ESG e Art. 9)
Non a caso il Regolamento europeo sulla Sustainable Finance Disclosure Regulation (SFDR) ha creato una distinzione chiave per la finanza sostenibile: i Fondi Articolo 8, che promuovono caratteristiche ambientali e/o sociali (light green), e i Fondi Articolo 9, che hanno come obiettivo esplicito l'investimento sostenibile (dark green), spesso focalizzandosi sulla
mitigazione o l'adattamento climatico.
Molti gestori patrimoniali internazionali e Società di Gestione del Risparmio etiche offrono ormai da molti anni ETF e fondi comuni che replicano indici a basse emissioni di carbonio o investono specificamente in "soluzioni climatiche".
Non è solo beneficenza...questa mossa riflette il fatto che gli indici climatici hanno mostrato, tra il 2020 e il 2025, ottime performance e una volatilità più bassa rispetto ai benchmark tradizionali.
L' analisi delle performance storiche degli indici tematici legati al cambiamento climatico negli ultimi 10 anni, è fondamentale per comprendere come il settore finanziario abbia risposto e come abbia capitalizzato la transizione energetica.
La risposta è chiara: in generale, il settore tematico legato al clima ha ricalcato le performance degli indici di mercato globali tradizionali, dimostrando che l'investimento sostenibile, in questo ambito, pur se costoso e affamato di capitali aziendali, può essere anche finanziariamente remunerativo.
Il rendimento annualizzato a 10 anni per un ETF sull'MSCI World ESG non è disponibile in modo uniforme, ma si stima che si aggiri intorno al 9,48% annuo, per cui in linea con l'andamento, nello stesso periodo, con la performance nello stesso periodo dell'MSCI World. che è risultata di circa il 10,67% all'anno.
È importante notare che l'andamento non è stato lineare. Il settore ha vissuto una fase di euforia (soprattutto nel 2020-2021) seguita da una correzione (2022-2023) particolarmente accentuata per le società più in debitate e perciò sensibili ai tassi di interesse più elevati.
Azioni: le Protagoniste
Anche le aziende quotate che potrebbero continuare a beneficiare di questa nuova ondata di investimenti sono numerosissime, e sono quelle che a suo tempo hanno studiato (e ora commercializzano...) soluzioni dirette per la decarbonizzazione e l'efficienza energetica.
Nel settore delle Energie Rinnovabili, la menzione va a NextEra Energy e a Brookfield RenewableTecnologies; per il solare grande apprezzamento degli analisti per SolarEdge Technologiese e a Enphase Energy.
Nel campo delle elettriche “intelligenti” (Smart Grids) , ricordiamo Schneider Electric,mentre nel settore dei materiali e dell' idrogeno verde fra le preferite ci sono Linde PLC e Air Liquide.
Queste aziende, spesso incluse negli indici Global Low Carbon Transition Leaders, rappresentano il cuore dell'economia futura e attraggono una domanda istituzionale crescente.
Il Futuro Finanziario del Clima
In conclusione la COP 30, pur non avendo prodotto la svolta epocale sperata sui combustibili fossili, ha rafforzato il concetto per la transizione uno dei motori cruciali è quello della finanza.
Fondi pensione, compagnie assicurative e fondi sovrani continuano a integrare i criteri ESG (Ambientali, Sociali e di Governance) per gestione del rischio e obblighi fiduciari, riversando flussi di capitale enormi sui fondi a tema climatico e le aziende aziende con alto "rischio di transizione" saranno sempre più penalizzate da investitori e banche.
Risultato: il tema del cambiamento climatico non è più un costo, ma un motore di innovazione e crescita finanziaria. La performance dell'indice climatico sul benchmark globale dimostra che la decarbonizzazione è ormai un tema d'investimento strutturale e di lungo periodo.
Il messaggio di Belém per il mondo della finanza è chiaro: l'inerzia non è più un'opzione. Il rischio climatico si traduce direttamente in rischio finanziario, e l'investimento in soluzioni climatiche non è più solo un atto etico, ma una necessità economica e un imperativo strategico per la sopravvivenza dei portafogli nell'era del Net-Zero.
La prossima COP sarà chiamata, sempre di più, a misurare l'effettiva traduzione di questi impegni in flussi di capitale reali. Abbiamo fatto 30, faremo anche 31...
