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Rappresentazione visiva dell'articolo: FASHION E FINANZA: QUANDO LA MODA NON VA PIU' DI MODA

SHEIN inciampa in Borsa: la moda a basso prezzo è arrivata al capolinea?

C’è stato un tempo in cui bastava pronunciare la parola “SHEIN” per evocare immediatamente due concetti: prezzi incredibilmente bassi e crescita apparentemente inarrestabile. Oggi, invece, il debutto in Borsa della società cinese racconta una storia un po’ diversa. SHEIN si è finalmente quotata a Hong Kong il 1° settembre 2026, dopo una lunga e travagliata ricerca di una Borsa disponibile ad accoglierla.

Ma il debutto non è stato quello che ci si poteva aspettare da una delle società simbolo della nuova moda digitale: il titolo è arrivato a perdere circa il 10% nelle prime ore di contrattazione, prima di recuperare quasi interamente il terreno perduto.

Non è dunque corretto parlare di “fallimento della quotazione”. La quotazione c’è stata. Ma è certamente lecito parlare di un debutto poco brillante, soprattutto se lo confrontiamo con le aspettative che accompagnavano SHEIN qualche anno fa. Dai 100 miliardi di dollari a poco più di 26.

La storia della quotazione di SHEIN è, sotto questo profilo, quasi più interessante della quotazione stessa. La società aveva iniziato a lo sbarco negli Stati Uniti già alcuni anni fa. Nel 2022 una raccolta di capitali aveva portato la valutazione privata della società vicino ai 100 miliardi di dollari. Nel 2023 la valutazione era scesa a circa 64-66 miliardi e, nel 2025, in vista di una possibile quotazione a Londra, si parlava di una valutazione intorno ai 50 miliardi, con alcune indiscrezioni che indicavano addirittura la possibilità di scendere verso i 30 miliardi.

Alla fine, la quotazione di Hong Kong è avvenuta a un prezzo di 48,56 dollari di Hong Kong per azione, con una

capitalizzazione di circa 26,5 miliardi di dollari. In altre parole, rispetto al picco del 2022, il valore attribuito dal mercato alla società si è ridotto di circa tre quarti. Per un'azienda che vende abiti da pochi dollari può sembrare un paradosso: milioni di clienti, una presenza internazionale enorme e una notorietà planetaria, ma una valutazione borsistica molto più contenuta rispetto alle aspettative di qualche anno fa. E forse è proprio qui che comincia la nostra riflessione.


Il problema non è vendere una maglietta a 5 dollari.

Il modello SHEIN è stato costruito su una formula estremamente efficace: enorme assortimento, produzione rapidissima, vendita prevalentemente online, analisi dei dati sui gusti dei consumatori e soprattutto prezzi bassissimi.

Il problema è che quel modello funziona perfettamente soltanto quando il prezzo finale rimane veramente basso.

Negli ultimi anni, però, sono cambiate diverse condizioni. Negli Stati Uniti sono state modificate le regole relative alle importazioni di piccoli pacchi provenienti dalla Cina, mentre anche l'Europa sta intervenendo sulle spedizioni di basso

valore. A questo si aggiungono maggiori costi logistici, tariffe doganali e una concorrenza sempre più agguerrita da parte di altre piattaforme (un esempio: TEMU)

Se una maglietta costa 5 dollari, un aumento di qualche dollaro dei costi di importazione e distribuzione non è un dettaglio. Può rappresentare una percentuale enorme del prezzo finale. Ed ecco il problema fondamentale: quanto si può aumentare il prezzo di una maglietta da 5 dollari prima che il consumatore decida di non comprarla più?


I due mondi della moda

A questo punto vale la pena allargare lo sguardo. Il settore della moda non è affatto un blocco unico.

Da una parte troviamo la cosiddetta fast fashion e, nella sua versione più estrema, la moda ultra low cost di SHEIN e dei suoi concorrenti.

Dall'altra c'è il mondo del vero lusso: LVMH, Hermès, Richemont, Prada, Ferrari e altri marchi nei quali il prezzo del prodotto non dipende soltanto dal costo della stoffa, della pelle o della lavorazione. Qui il cliente compra anche il brand, l'esclusività, la storia, il design, lo status...una borsa da 3.000 euro non è 30 volte migliore di una borsa da 100 euro. E una maglietta da 500 euro non contiene 100 volte più cotone di una da 5 euro.

La differenza, lo sappiamo, è soprattutto nel valore percepito del marchio.

Ed è proprio questo che rende i due modelli economici molto diversi. 


Quando il prezzo è il vantaggio e quando diventa il problema

Per la moda low cost, il prezzo è contemporaneamente il principale punto di forza e una delle principali vulnerabilità.

Se il consumatore ha meno disponibilità economica, comprare un capo da 10 euro può sembrare molto più conveniente rispetto a uno da 100. Ma se aumentano i costi di produzione, trasporto, dogana, pubblicità e gestione della piattaforma,

l'azienda deve scegliere: aumentare i prezzi, ridurre i margini oppure cercare nuovi mercati.

Il lusso, invece, ha una caratteristica particolare: il prezzo elevato fa parte del prodotto, e un aumento del prezzo di una

borsa Hermès non la trasforma necessariamente in una borsa meno desiderabile.

In alcuni casi, paradossalmente, può persino rafforzarne l'immagine di esclusività.

Naturalmente anche il lusso non è

immune dalle difficoltà. Il rallentamento della domanda cinese, russa e degli Emirati frutto delle tensioni geopolitiche, i cambiamenti nei consumi e la volatilità dei mercati hanno pesato sulle quotazioni dei grandi gruppi del settore, seppur in presenza di una struttura economica assai diversa.


E in Borsa chi ha fatto meglio?

Qui arriviamo alla parte più interessante per ogni investitore-

Per confrontare i due mondi serve comunque subito fare una precisazione: non esiste un indice azionario internazionale

che rappresenti perfettamente la sola moda low cost.

Per cui possiamo utilizzare come riferimento l'S&P Retail Select Industry Index, che comprende società di retail appartenenti a diversi comparti, compreso l'abbigliamento, mentre per il lusso è più facile riferirsi all'indice l'S&P Global Luxury Index.

Al 31 agosto 2026, l'S&P Global Luxury Index aveva registrato negli ultimi cinque anni un rendimento medio annuo composto di circa -0,96%. L'S&P Retail Select Industry Index mostrava invece un rendimento medio annuo di circa -1,82%.

Quindi la differenza è minima e, soprattutto, non consente di dire che il lusso abbia “vinto” la sfida.

Semplicemente il segmento retail, nel suo complesso, ha avuto un quinquennio particolarmente complicato, mentre il comparto luxury ha resistito leggermente meglio.

Bisogna inoltre ricordare che all'interno della fast fashion esistono realtà molto diverse...

INDITEX, proprietaria di Zara, per esempio, ha avuto un andamento borsistico molto più dinamico rispetto a quello di molte altre società del retail: nel 2023 il titolo è salito di circa il 59% e nel 2024 di circa il 26%, prima di una nuova fase di

volatilità.

Questo dimostra che non basta classificare un'azienda come “moda economica” per prevederne il comportamento in Borsa, ma serve prendere in esame fattori congiunti (modello di business, management, prospettive, velocità di adeguamento ai cambi di gusto...insomma un lavoro da analista).


Il vero valore non è sempre quello che costa meno

La vicenda SHEIN ci offre quindi una piccola lezione che va oltre la moda.

Per molti anni abbiamo pensato che il futuro del commercio fosse semplicemente quello di vendere sempre più prodotti a prezzi sempre più bassi.

Ora impariamo che la politica del prezzo basso funziona solo fino a quando risulta sostenibile.

Se cambiano le regole doganali, aumentano i costi logistici, cresce la concorrenza o il consumatore comincia a chiedersi quanto sia davvero conveniente acquistare continuamente prodotti di bassissimo prezzo, il modello può diventare assai più fragile.

Il lusso, al contrario, vende qualcosa che è molto più difficile da copiare: un'identità.

Naturalmente anche un grande marchio può essere sopravvalutato in Borsa e anche una società del lusso può attraversare anni difficili; la quotazione azionaria, infatti, non rappresenta semplicemente la qualità di un prodotto, bensì soprattutto le aspettative degli investitori sugli utili futuri.

Ed è proprio questa distinzione che, ancora una volta, dovrebbe interessare l'investitore.


Il consiglio per chi investe

La storia di SHEIN può servire a ricordarci che dietro ogni grande storia di crescita esiste sempre una domanda fondamentale: quanto di quella crescita è già incorporato nel prezzo dell'azione?

Nel 2022 il mercato attribuiva a SHEIN una valutazione vicina ai 100 miliardi di dollari...quattro anni dopo la società è sbarcata in Borsa con una valutazione intorno ai 26,5 miliardi: non significa necessariamente che SHEIN sia diventata una cattiva azienda, ma che il mercato ha cambiato idea sul prezzo da pagare per possederne una quota.

Ed è una differenza enorme. Per questo, quando analizziamo un investimento, non dovremmo limitarci a chiederci se un'azienda vende prodotti interessanti, se il marchio è famoso o se il settore sembra avere un grande futuro. La domanda dovrebbe essere anche: "quanto sto pagando oggi per quel futuro?"


Una regola della finanza: quando la moda insegna a non seguire troppo le mode

Forse la conclusione più curiosa è proprio questa.

SHEIN ha costruito un impero dicendo al mondo: “puoi essere alla moda spendendo pochissimo”.

La Borsa, qualche anno dopo, sembra aver risposto: “va bene, ma anche gli investitori vogliono pagare poco”.

E forse è una delle poche occasioni in cui moda e finanza vanno perfettamente d'accordo.

Perché nel guardaroba possiamo anche permetterci di comprare una maglietta che tra sei mesi non metteremo più.

In portafoglio, invece, sarebbe meglio evitare di fare la stessa cosa con un'azione. Anche perché, almeno in Borsa, cambiare guardaroba è molto più facile che recuperare una minusvalenza!



Il presente articolo ha esclusivamente finalità divulgative e informative e non costituisce in alcun modo una sollecitazione all'investimento, né una raccomandazione ad acquistare o vendere strumenti finanziari.

Le informazioni riportate non tengono conto della situazione finanziaria, degli obiettivi e del profilo di rischio dei singoli investitori.

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